"Nelle storie ci piacciono i cattivi perché scelgono attori boni o ci auto sabotiamo?"

 La domanda invita a riflettere su due aspetti psicologici e narrativi:


1. La fascinazione per il cattivo

Molte teorie — dalla psicologia dell’empatia negativa alle analisi narrative — sostengono che siamo attratti dai cattivi perché essi rappresentano il lato oscuro della nostra natura, ci permettono di esplorare, in sicurezza, le nostre pulsioni nascoste e offrono una complessità emotiva che spesso manca nei protagonisti tradizionali. I cattivi, interpretati da attori carismatici, ci affascinano anche per la loro abilità di rompere le regole, mostrando un modo di essere in netto contrasto con le convenzioni della società, cosa che può farci sentire meno soli nei nostri conflitti interiori.



2. L’autosabotaggio e la nostra parte oscura

Un’altra ipotesi è che, a livello inconscio, possiamo persino “auto sabotarci” scegliendo storie dove il male ha un ruolo centrale. Forse, nel vedere cattivi affascinanti, proiettiamo parte di noi stessi che ci spaventa – e allo stesso tempo ci attrae – perché riconosciamo nelle loro azioni la liberazione da limiti imposti dalla nostra morale quotidiana.




In sintesi, non si tratta solo di buona recitazione o di casting brillante, ma di una dinamica interiore complessa in cui il piacere estetico e la possibilità di identificarsi con il lato oscuro, pur rimanendo consapevoli della finzione, ci spingono a tifare per i cattivi nelle storie. Entrambe le ipotesi — il fascino degli attori che interpretano cattivi e la nostra tendenza a esplorare l'oscurità interiore – sono valide e non si escludono a vicenda.



Comments

Popular posts from this blog

La nuova scuola, Valditara: e cosa non va?

Palazzo Steri o sede del rettorato.

Boomer mami