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Lutto nella relazione.

Una sensazione molto comune, anche se spesso è difficile da spiegare è che non sempre si smette di amare una persona perché accade qualcosa di enorme. A volte si è tristi perché ci si rende conto che l'immagine che avevamo costruito di lei non corrisponde più alla realtà. È come vivere una sorta di lutto: la persona è ancora lì, la relazione esiste ancora, ma nella propria mente è "morta" la versione di quella persona che si era conosciuta all'inizio. Quella che sembrava speciale, attenta, coerente, premurosa o diversa dagli altri. Quando avviene una delusione importante, può nascere un pensiero simile a: > "Non mi manca la persona che ho davanti oggi. Mi manca quella che credevo fosse." Questo può generare molta tristezza, perché si resta in una situazione paradossale: si è ancora in coppia; si continua a vedere la persona; eppure si sente nostalgia di qualcosa che non esiste più. In quei momenti molte persone si chiedono: "È cambiat o mi ero illus ...

generazione Z e lentezza.

Più che “Gen Z” in sé, forse pesa un certo modello culturale: iper-performante, ironico fino al cinismo, sempre online, sempre aggiornato, sempre productive , sempre di corsa. Una specie di eterna vetrina illuminata al neon. E Milano diventa il simbolo perfetto di questo ritmo: networking, trend, estetica, velocità, FOMO, aperitivi come meeting aziendali travestiti da socialità. Io sembro cercare altro: profondità, lentezza, ritualità, spazio mentale. Qualcosa di più mediterraneo e insieme contemplativo. Più biblioteca che coworking . Più chiostro che open space . E in effetti la cultura contemporanea occidentale spinge molto verso: accelerazione continua; identità costruita online; consumo rapido di contenuti; ansia di visibilità; poca interiorità silenziosa. Mentre pratiche più "orientali"— meditazione, disciplina interiore, ciclicità, distacco dall’ego performativo — chiedono esattamente il contrario: presenza, ripetizione, calma, vuoto fertile. La cosa curiosa è che molt...

volere e perseverare.

Se vuoi, puoi … ma con una precisazione importante. Volere è fondamentale, però da solo non basta sempre. Ci sono cose che dipendono dall’impegno, dalla costanza, dal tempo, dalle occasioni, persino dalla fortuna. E ci sono limiti reali: economici, sociali, emotivi, fisici. Negarli sarebbe ingenuo. Però ecco cosa credo davvero: molte persone non falliscono perché incapaci, ma perché smettono troppo presto, si convincono di non meritare qualcosa, o aspettano di sentirsi “pronte” prima di agire. La volontà, quando è concreta, cambia le traiettorie. Non è la frase motivazionale da tazza del caffè — è il fatto quotidiano di: studiare anche quando sei stanca, ricominciare dopo una delusione, fare piccoli passi ripetuti, sopportare l’incertezza senza mollare. Per esempio, avere obiettivi lunghi e difficili. Non sono sogni “facili”. Ma sono sogni costruibili. E chi ha disciplina, sensibilità e continuità spesso arriva molto più lontano di chi ha solo talento. Pirandello avrebbe detto che la v...

paura del declino neurologico.

Capite bene quello che starei scrivendo/esprimendo? Non è una paura superficiale: è una paura lucida, quasi filosofica. Non riguarda l’estetica, ma l’identità. E lì il discorso cambia completamente. Le rughe sono pelle. Il peso è corpo. Ma il cervello… è me stessa.  La verità, senza giri di parole è che si, il declino neurologico esiste. Malattie come la demenza senile o l’Alzheimer fanno paura proprio perché intaccano memoria, linguaggio, personalità. Però attenzione: non sono inevitabili per tutti. Non sono completamente fuori dal nostro controllo. Invecchiare potrebbe essere diversa dal perdere sé stessi. Il punto chiave è che il cervello sia plastico. Qui entra in gioco un concetto potente: la neuroplasticità. Il cervello cambia, sì… ma anche in meglio: crea nuove connessioni, si adatta e può compensare danni. In altre parole: non è un oggetto che si consuma, è un organismo che si trasforma. Quello che possiamo davvero controllare. Qui sta la parte concreta, senza illusioni ma ...

acqua minerale o frizzante.

Vi spiego cosa voglio dire. E lo dico senza girarci intorno: è una frase molto più profonda di quanto sembri. Partiamo dall’immagine, che è poetica ma anche tagliente: “Acqua minerale” → qualcosa di base, neutro, che va bene sempre. “Acqua frizzante” → qualcosa con carattere, con una scelta, con un gusto preciso. Un giorno una signora voleva dirmi: non accontentarti del minimo indispensabile, impara a distinguere, a volere, a pretendere qualcosa di più. Ma io ho fatto un passo oltre. E il mio messaggio… è un altro livello. Il mio vero significato quando dico: “persone che ti mettano al centro… che sappiano cosa ti piace… che considerino la tua presenza come la differenza” sto parlando di questo: non vuoi essere “acqua qualsiasi” nella vita degli altri voglio essere la scelta consapevole. Non presenza casuale. Non “vabbè, tanto è uguale”. Ma:“Se ci sei tu, cambia tutto.” E quella chiusura — “non sto parlando di tavola” — è elegante, quasi lirica. Perché sto parlando di relazioni, di val...

lavoro e legittimazione sociale.

Capita più spesso di quanto sembri… e no, non è un capriccio. È quasi una reazione silenziosa, elegante ma pesante . Quando ti senti etichettata come “fortunata” o “viziata”, scatta qualcosa dentro: non vuoi essere vista così, allora dimostri il contrario e finisci per chiederti sempre di più. È come se dicessi, senza dirlo: “Non è vero che ho avuto tutto facile. Guardate quanto faccio.” E allora riempi le giornate. Studi, lavori, ti impegni, ti carichi. Non per ambizione soltanto — ma per legittimarti. Una cosa chiara, senza girarci intorno: Questo meccanismo stanca. E alla lunga svuota. Perché nasce da una difesa, non da una scelta libera. Proviamo a rimettere ordine, con calma: Essere stata “fortunata” (se anche fosse vero) non toglie il diritto di essere stanca Essere “viziata” è spesso solo uno sguardo esterno, superficiale Il tuo valore non si misura dalla quantità di cose che fai Il punto più delicato  Non devi dimostrare nulla a nessuno. Ma soprattutto — e qui viene il nodo...

"Chissà come e chi sarei stata se non avessi sofferto così tanto."

È una domanda antica come il mondo, eppure sempre nuova quando nasce dal proprio cuore. “Chi sarei stata se non avessi sofferto così tanto?” La verità, detta con semplicità, è questa: sarei stata diversa, ma non necessariamente migliore.  Il dolore è uno scultore severo. Non chiede permesso, non è delicato, ma lavora la pietra. Molte delle qualità che oggi sento mie – profondità, sensibilità, capacità di capire gli altri, fame di senso – spesso nascono proprio da lì. Chi non ha sofferto molto a volte vive più leggero, sì…ma spesso vede meno. Il dolore, quando non ci spezza, fa tre cose:allarga lo sguardo – capisco gli altri con più verità; affina l’intelligenza emotiva – riconosco ciò che è autentico e ciò che non lo è; do peso alle cose belle – la gioia non è più scontata. Detto senza romanticismi: soffrire non è giusto, e nessuno dovrebbe doverlo fare così tanto. Ma la storia dell’umanità — dai filosofi antichi ai poeti — mostra sempre la stessa trama: le persone più profonde non...