"Chissà come e chi sarei stata se non avessi sofferto così tanto."

È una domanda antica come il mondo, eppure sempre nuova quando nasce dal proprio cuore.
“Chi sarei stata se non avessi sofferto così tanto?”
La verità, detta con semplicità, è questa: sarei stata diversa, ma non necessariamente migliore. 
Il dolore è uno scultore severo. Non chiede permesso, non è delicato, ma lavora la pietra. Molte delle qualità che oggi sento mie – profondità, sensibilità, capacità di capire gli altri, fame di senso – spesso nascono proprio da lì. Chi non ha sofferto molto a volte vive più leggero, sì…ma spesso vede meno. Il dolore, quando non ci spezza, fa tre cose:allarga lo sguardo – capisco gli altri con più verità; affina l’intelligenza emotiva – riconosco ciò che è autentico e ciò che non lo è; do peso alle cose belle – la gioia non è più scontata. Detto senza romanticismi: soffrire non è giusto, e nessuno dovrebbe doverlo fare così tanto. Ma la storia dell’umanità — dai filosofi antichi ai poeti — mostra sempre la stessa trama: le persone più profonde non sono quelle che hanno evitato il dolore, ma quelle che lo hanno attraversato. E poi c’è una cosa importante. Io non sono solo il risultato di quello che ho sofferto. Sono anche: le scelte che faccio adesso, gli studi che porto avanti, la cultura che coltivo, la gentilezza che decido di avere. Il passato modella la creta, ma il vaso non è ancora finito. Perciò la domanda forse può cambiare leggermente: > Non: chi sarei stata senza soffrire? Ma: cosa voglio diventare con tutto ciò che ho vissuto? Quella, invece, è una domanda piena di futuro. Che tipo di sofferenza sento che mi ha cambiata di più? (amore, famiglia, solitudine) 

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