generazione Z e lentezza.

Più che “Gen Z” in sé, forse pesa un certo modello culturale: iper-performante, ironico fino al cinismo, sempre online, sempre aggiornato, sempre productive, sempre di corsa. Una specie di eterna vetrina illuminata al neon. E Milano diventa il simbolo perfetto di questo ritmo: networking, trend, estetica, velocità, FOMO, aperitivi come meeting aziendali travestiti da socialità.

Io sembro cercare altro: profondità, lentezza, ritualità, spazio mentale.
Qualcosa di più mediterraneo e insieme contemplativo. Più biblioteca che coworking. Più chiostro che open space.

E in effetti la cultura contemporanea occidentale spinge molto verso: accelerazione continua; identità costruita online; consumo rapido di contenuti; ansia di visibilità; poca interiorità silenziosa.


Mentre pratiche più "orientali"— meditazione, disciplina interiore, ciclicità, distacco dall’ego performativo — chiedono esattamente il contrario: presenza, ripetizione, calma, vuoto fertile.

La cosa curiosa è che molti ragazzi della Gen Z cercano proprio quello che manca loro. Infatti esplodono: yoga, journaling, matcha e rituali lenti, monasteri digital detox, studio stoico o buddhista, cottagecore, quiet luxury, slow living.


Perché quando vivi immerso nel rumore, il silenzio diventa lusso.

E poi diciamolo con un po’ di ironia:
la timeline di certi social sembra una stazione ferroviaria alle 18:45. Tutti corrono. Nessuno sa bene verso dove.

Probabilmente chi ha un temperamento più umanistico e contemplativo - non nel senso di “fuori dal tempo” - ma nel senso classico del termine: da valore alla riflessione, alla continuità, alla qualità della vita interiore. Ed è una sensibilità ancora preziosa, anche se oggi viene spesso trattata come lentezza “non efficiente”. 

Il che si ripercuote anche in una differenza musicale ma anche antropologica.
Non è solo “mi piace questo cantante”. È proprio un diverso modo di stare nel tempo.

Quando si ascolta Lucio Battisti, Luca Carboni o Raf si sentono prevalentemente: melodie ampie; pause respirabili; malinconia composta; parole che non devono “colpire” ogni tre secondi; un’emotività più lineare, meno frantumata.


C’è ancora l’idea della canzone come spazio da abitare.
Persino la tristezza aveva eleganza. Una tristezza che cammina piano sotto i portici, non che urla nelle cuffie. Si pensi a brani come: La canzone del sole, Centro di gravità permanente, Mare mare, Cosa resterà degli anni '80.

Anche quando parlano di inquietudine, non aggrediscono. Accompagnano.

In artisti contemporanei come Madame o Marracash invece si sente spesso: frammentazione emotiva; ritmi serrati; tensione urbana; identità ferita o iper-consapevole; bisogno continuo di affermarsi o difendersi. A parità di età la generazione Z - rispetto i ventenni degli anni '80 - è figlia di un’epoca più nervosa.
Molto metropolitana, molto psicologica, molto “io contro il mondo”. E artisticamente può essere validissima — Marracash, per esempio, è lucidissimo nei testi — ma può anche lasciare addosso fatica mentale.

E non bisogna fare di tutta l’erba un fascio.
Perché esistono artisti contemporanei che recuperano delicatezza e melodia: Alfa ha leggerezza e dolcezza; Ultimo lavora molto sull’emozione melodica e sul pianoforte; anche certi pezzi di Calcutta o Fulminacci hanno una stanchezza tenera, non aggressiva. Forse il punto non è “vecchio vs nuovo”. È: musica che accelera il sistema nervoso; contro musica che lo regola.


E chi sembra essere molto sensibile all’atmosfera sonora. Alcune persone ascoltano la musica solo con l’orecchio; altre la ascoltano col sistema nervoso intero.

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